DAVID MURRAY: La miccia esplosiva delle radici per un jazz attento al proprio tempo

DAVID MURRAY: La miccia esplosiva delle radici per un jazz attento al proprio tempo

Parlando dell’impegno, della spiritualità e dell’energia che notoriamente infondi nella tua musica è cambiato qualcosa in termini di suono e scrittura?
Il mio approccio varia costantemente per accordarsi ai tempi che viviamo. Quando le mode e le tendenze cambiano non ho altra scelta che quella di permettere alla mia scrittura e al mio suono di tenersi aggiornati agli eventi sociali che possono illuminare o inibire le nostre vite. La mia musica deve cercare sempre di riflettere certi avvenimenti e cambiamenti nel miglior modo possibile. Quando in Giappone sorge il problema di un reattore nucleare i suo effetti e pericoli ricadono anche sulla fascia costiera californiana. I buoni musicisti sono – e devono essere – gli specchi della società in cui vivono e agiscono. I titoli e i contesti dei miei brani diventano, perciò, più densi di significato o meno a seconda dell’ambiente e delle situazioni che mi circondano.

Sulla scena di oggi avverti, in qualche modo, l’assenza di personalità musicali originali e carismatiche come quelle di Sun Ra, John Coltrane, Lester Bowie, Miles Davis, Butch Morris oppure del livello di Cecil Taylor, Ornette Coleman, William Parker e Wadada Leo Smith?
Quando i grandi personaggi della nostra musica abbandonano il pianeta si verifica sempre un temporaneo revival che esalta i loro traguardi e impiega le loro conquiste. Ad esempio, io certamente rimpiango Sun Ra e il suo originale sistema basato sulle misteriose esplorazioni cosmiche e intergalattiche. La sua musica ci ha sempre affascinato e stregato. La scomparsa di Butch Morris è stata per me molto dolorosa e traumatica. Questo perché abbiamo codificato e sviluppato le nostre rispettive filosofie musicali mediante una reciproca collaborazione. La sua invenzione della “conduction” è qualcosa che continuerà ad evolversi fino a quando il jazz e la musica contemporanea continueranno ad esistere. Sono appena tornato da New York dove ho suonato ad un concerto di tributo ad Ornette Coleman insieme con molti grandi musicisti. È davvero una cosa speciale quando omaggiano un artista ancora vivente. Mr. Coleman è stato molto contento e ha persino suonato in pubblico il suo contralto per quella che forse sarà una delle sue ultime volte. Anche per la città di Newark, nel New Jersey, la cerimonia funebre e commemorativa per la scomparsa di Amiri Baraka fu un evento monumentale. Io ho suonato al suo funerale e alla sua veglia mentre il Reverendo Jesse Jackson ha scortato la salma tra le preghiere e pronunciato una bellissima orazione. Abbiamo suonato musica per cinque ore in onore del nostro meraviglioso, profondo e coltissimo genio letterario. Leo Smith ha sempre rappresentato un’importante fonte d’ispirazione per me e ho avuto l’opportunità di suonare nuovamente con lui alla Town Hall l’altra sera, insieme con Allen Toussaint e Terri Lynn Carrington. La musica di Leo Smith è sublime, spesso magica, e i concetti che essa emana sono sempre freschi e nuovi.

Per mia semplice curiosità, cosa pensi di Anthony Braxton, del suo insegnamento e del suo peculiare sistema musicale?
Anthony Braxton è un compositore davvero unico e originale, ironico e acuto come pochi che ho conosciuto, soprattutto una persona modesta nonostante tutti sappiano il gigante che è. È sempre stato un mio caro amico e sodale.

Hai ascoltato o rilevato dei giovani musicisti in grado di esprimere dei contenuti musicali degni di nota? Che giudizio daresti, ad esempio, di una giovane artista come Matana Roberts?
Apprezzo molto alcuni giovani musicisti d’oggi come il pianista Orrin Evans e il batterista Nasheet Waits. Stanno evolvendo il concetto di sezione ritmica lasciato in eredità dai grandi del passato per spingere in avanti la musica odierna. Mi dispiace, non conosco bene Matana Roberts ma penso che ci siano molti giovani validi al giorno d’oggi.

Da che iniziasti a suonare, come sono mutati, a tuo avviso, il jazz e la musica creativa nel corso degli anni?
Ci sono molti più musicisti adesso di quanti ne abbia visto suonare nel passato. È molto bello e soddisfacente vedere come il jazz abbia attratto nuovi talenti provenienti anche da molte culture diverse. Il jazz è un genere musicale estremamente coesivo ed ecumenico, che consente a chiunque di prendervi parte. Ma è anche importante sottolineare e non dimenticare che il jazz ha, prima di tutto, le sue radici nella musica inventata dai figli e dalle figlie degli schiavi. Questa musica cambia ogni volta che una determinata cultura decide di suonarla e ciò la rende una musica elastica come poche altre. Infatti, adesso abbiamo il jazz nipponico e quello europeo. Ogni cultura sembra investire nel jazz come se fosse un enigma.

Potresti raccontarmi qualche ulteriore e interessante dettaglio riguardo l’Infinity Quartet e l’album “Be My Monster Love”? Riguardo alle voci ospiti del disco, perché la tua scelta è ricaduta proprio su quelle di Gregory Porter e Macy Gray?
L’Infinity Quarte è il mio nuovo gruppo che comprende Orrin Evans al piano, Jaribu Shahid al contrabbasso e Nasheet Waits alla batteria. Lo considero il più forte quartetto dai tempi del Power Quartet, in cui suonavano John Hicks, Ray Drummond ed Eddie Blackwell. Il grande poeta e romanziere Ishmael Reed compose un magico poema intitolato “Be My Monster Love”, ispirato, io credo, dal personaggio di Hannibal Lecter nel film “Il silenzio degli innocenti”. Reed mi pressava e desiderava che mettessi l’opera in musica. Perciò, quando alla fine ho iniziato a lavorare con Macie Gray, ho subito afferrato l’opportunità di metterle in bocca i versi dello scritto. Come ben sai la voce di Macie è davvero speciale. Inoltre, grazie anche alla sua popolarità, sarebbe stata sicuramente in grado di raggiungere più pubblico di quanto ci sarei mai riuscito io con le mie sole forze. Sto cercando di lavorare con artisti giovani per espandere il raggio comunicativo della mia musica. Gregory Porter, invece, arrivò da me nel periodo in cui mi trovavo impegnato e coinvolto con i musicisti cubani per il progetto “Nat King Cole In Espanol”. La Motema, mia attuale etichetta discografica, aveva appena visto scadere il contratto con Gregory e la Blue Note si era subito fatta avanti con condizioni per lui molto più vantaggiose. Perciò la possibilità di averlo per un’ultima registrazione era incalzante e anche molto proficua a livello d’immagine, poiché Porter stava diventando per tutti il miglior cantante jazz del momento.

Molti musicisti, sia di vecchia guardia sia di nuova generazione, amano ancora esprimersi con il linguaggio del free jazz e dell’improvvisazione, così comè stato coniato e codificato dai primi e storici esponenti. Mi riferisco a nomi come i sassofonisti Ken Vandermark, Mats Gustaffsson, Paul Dunmall, Frode Gjerstad e Tony Malaby, a trombettisti quali Peter Evans e Nate Wooley, oppure a pianisti come Matthew Shipp e Agustí Fernández. Secondo te, stanno perdendo il loro tempo, ripetendo la solita musica, oppure inseguono e hanno oggi una nuova missione?
Il jazz improvvisato o “free jazz” che voglia dirsi è una legittima area e forma del jazz che si può investigare ed espandere. L’unico difetto che riscontro oggi nella scena è riferibile alla qualità dei rapporti interpersonali che investono alcuni dei musicisti che ne fanno parte. Alcuni poi sono molto esperti e competenti sul loro strumento, mentre molti altri mi sembrano dei falsi e dei ciarlatani. In ogni modo sono giudizi che spettano molto più ai critici che a me.

Qual è il tuo rapporto d’amore con la musica latina e afrocubana?
Tutti sanno che adoro Cuba! Sull’isola ho creato e registrato ben tre album e c’è addirittura un membro della mia famiglia che vive lì. Viva Cuba!

Tieni ancora in vita il progetto di collaborazione con i Gwo-Ka Masters?
Sono tornato appena tre giorni fa dalla Guadalupa. Ho registrato con Christian Laviso, il grande chitarrista che ha partecipato ad uno dei miei album intitolato “The Devil Had Tried To Kill Me”. Laviso e il suo gruppo gwo-ka mi hanno chiamato quest’anno a partecipare e a suonare con loro al festival denominato Fête de la Musique. Continuerò a suonare musica creola e gwo-ka con Klod Kiavue e tutti gli altri bravissimi musicisti della Guadalupa.

Che ricordo hai del tuo periodo di produzione discografico con la Black Saint e la Soul Note?
La Black Saint e la Soul Note costituiscono insieme uno dei patrimoni più prezioni del jazz contemporaneo. Il suo patron, Giovanni Bonandrini, è stato un grand’uomo e uno splendido produttore esecutivo. Insieme anche a suo figlio, Flavio Bonandrini, e a Giacomo Pellicciotti, ha creato un tetto sicuro e una casa accogliente per la musica jazz migliore e concettualmente più stimolante che si potesse suonare e ascoltare all’epoca. Tutti noi lo amiano e gli siamo debitori per quello che ha fatto e per lo straordinario catalogo che ci ha lasciato. Sono orgoglioso di aver registrato e lavorato con lui.

Per quale motivo, esattamente, hai deciso di trasferirti a Parigi e operare in Europa?
Mi sono innamorato di una francese, Valerie Malot, la madre dei miei due figli: Crystal di dodici anni e Ruben, di diciassette. Valeriè è anche la presidente della 3D Family e la coproduttrice di tutti i miei lavori e progetti sin dal 1997. Abbiamo anche preso casa a Sines, in Portogallo. L’abbiamo battezzata Zen House e trasformata in un B&B.

Ti reputi soddisfatto delle riforme introdotte da Obama e del suo secondo mandato presidenziale?
Ritengo che il lascito e il traguardo più importante di Obama sia l’Obamacare, vale a dire la riforma di assistenza sanitaria e tutto ciò che essa rappresenta per le persone che fino a quel momento non potevano permettersi un’assicurazione per la salute. Molti giovani come mio figlio hanno adesso un’assistenza sanitaria con prestazioni minime garantite per legge per la prima volta in America. Forse a voi europei l’assistenza sanitaria gratuita potrà sembrare un diritto scontato e istituzionalmente dovuto, ma gli Stati Uniti sono un Paese incredibilmente avido e ingordo, la cui ricchezza è usufruita e goduta solo dal nove per cento della popolazione. È chiaro che il Congresso, il Senato e le Lobby assicurative siano adesso pieni di risentimento verso Obama per via di questa sua formidabile vittoria. Molti dell’opposizione poi non si limitano ad ostacolarlo solo per le sue idee ma anche per il colore della sua pelle, nonostante non possano dichiararlo apertamente.

Per finire. Quali progetti e collaborazioni sono in cantiere per il futuro?
C’è sempre qualcosa di nuovo all’orizzonte. Il quartetto Infinity con ospite il poeta e predicatore rapper Saul Williams, il tour con Macy Gray, la mia Big Band, i progetti omaggio a Butch Morris e Amiri Baraka. Molte situazioni in corso o sul punto di partire in quel di New York e soprattutto tanta musica da suonare.

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