Oscar Montalbano: lo zingaro napoletano

Oscar Montalbano: lo zingaro napoletano

di Olindo Fortino

 

Presente al festival con due diversi progetti, è uno dei massimi rappresentanti italiani del genere manouche. Tutto ha inizio con Django Reinhardt, ma ora le cose sono cambiate… come ci racconta lui stesso.

Qual è la tua storia musicale, il percorso che ti ha portato ad essere uno dei protagonisti della musica manouche in Italia?
Il percorso è stato quasi un percorso spontaneo: non ho cercato mai di forzare la mano verso quelle che sono state delle tendenze o delle mode. Ho cominciato con la chitarra classica, poi ho cominciato a suonare rock con i primi gruppi: avevo 15-16 anni. Poi c’è stato l’incontro con il jazz, soprattutto il jazz di stampo americano, il bebop, lo swing. Ho seguito tutti i grandi chitarristi: Wes Montgomery, Charlie Christian, Jim Hall.

Circa dodici, tredici anni fa, ascoltando anche con un po’ di diffidenza una serie di dischi di Django Reinhardt, mi sono appassionato a questo tipo di musica. Ho scoperto, attraverso una serie di ricerche, che dietro questo musicista c’è un mondo: una tradizione che si è evoluta nel tempo e che non si è mai interrotta. Così ho messo su il primo gruppo: all’inizio abbiamo avuto difficoltà anche nel procurarci le chitarre manouche. Abbiamo poi cominciato a partecipare a tanti festival, dove abbiamo avuto la possibilità di incontrare molti altri musicisti specializzati in questo genere di musica.

Il progetto è andato avanti, sempre con più passione e voglia di fare, con diverse formazioni: con il violino, con il clarinetto, con la fisarmonica, cercando sempre di riproporre la musica senza troppi intellettualismi.

A cosa stai lavorando ora?
C’è la registrazione del primo disco, nel quale spero di avere molti ospiti.

In più c’è il trio con Marco Sannini alla tromba e Marco De Tilla al contrabbasso, con cui proponiamo un repertorio di stampo più jazzistico, americano, di swing anni ’30. E infine sto lavorando da tempo ad un altro mio trio più elettrico, per il quale ho scritto tanti pezzi.

In cantiere quindi ci sono tre o quattro progetti, che spero di poter portare avanti.

Ci interessava conoscere qualcosa a proposito delle tue origini francesi.
E’ vero mia mamma era francese; era nata nel 1933 e viveva a Montmartre a Parigi. In quegli anni Django spopolava da quelle parti. Questo fatto ha sicuramente influenzato il mio approccio a questo genere di musica. Ho perso mia mamma da piccolo, però mi ricordo tante cose che lei raccontava; la vita parigina di quegli anni, le atmosfere di quell’epoca. Anche se non sono mai stato fisicamente in quei luoghi, mi sono sentito partecipe, ho ritrovato me stesso attraverso tutta una serie di esperienze vissute da mia madre.

Cosa si muove in Italia attorno alla musica jazz manouche?
C’è qualche Festival dedicato esclusivamente a questo tipo di musica, ma ci sono soprattutto le reunion. Tutti i musicisti manouche italiani si ritrovano di tanto in tanto per suonare insieme. Certo, rispetto alla Francia e al Nord Europa è ancora poco, ma negli anni si è fatto un bel passo in avanti.

Come si inserisce l’elemento dell’improvvisazione all’interno di questo stile musicale?
Il repertorio molto spesso è il repertorio dell’“Hot Club de France” e quindi il repertorio di Django Reinhardt. Anche lui molto spesso attingeva a quelli che erano gli standard americani, con diverse formazioni: aveva avuto un’orchestra, un quintetto, suonava in duo con il violino. Gran parte del fraseggio è derivato proprio dal fraseggio di Django Reinhardt, anche se le nuove tendenze cercano di immettere linguaggi di tipo più bebop, più moderni. In Francia ci sono chitarristi che pur conoscendo la tradizione, cercano sempre di andare avanti dal punto di vista stilistico. Lo stesso chitarrista Bireli Lagrene proviene dalla musica manouche, ma è in grado di suonare qualsiasi tipo di cosa e, cosa più importante, di influenzare lo stile manouche in maniera più moderna. Si tratta dunque di un processo in grande evoluzione; c’è ancora tanto da fare, cosa che rende questo tipo di musica molto affascinante.

Come può essere diffuso a livello didattico il genere musicale manouche?
Quando ho cominciato non c’era quasi nulla a disposizione. C’erano i musicisti che suonavano questo genere e tutto dipendeva dalla trasmissione orale.

Negli ultimi anni è stata creata e si è diffusa, anche grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, una grande mole di materiale didattico. Quindi oggi ci sono molte più occasioni per imparare e magari per avvicinarsi a questa musica, anche se lo “spirito” con cui si suona il jazz manouche lo si può imparare soltanto da chi ne sa più di te.

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